Cave di marmo

L’Alta Versilia è caratterizzata da diversi siti di estrazione del marmo. In particolare, a Retignano è noto il complesso delle cave di Montalto. A seguito di un provvedimento di “liberalizzazione mineraria” del 1788 e grazie ai finanziamenti della Banca Elisiana di Elisa Bonaparte Baciocchi, diversi imprenditori sia italiani che stranieri scelsero di investire in Versilia e puntarono sull’acquistare dei terreni negli ex comunelli di Retignano e Volegno, compiendo le prive escavazioni marmifere in Versilia nel vivo della Rivoluzione industriale. Tra i più importanti imprenditori interessati a Retignano ricordiamo Sancholle, Beresford e soprattutto Henraux.

Le cave di Montalto divennero operative a partire dal biennio 1818-1820, quando fu possibile avviare l’estrazione di un marmo pregiato ed apprezzato anche all’estero: il “bardiglio fiorito“. La produzione fu notevole grazie alla continua richiesta di tale marmo e alla sua qualità. Ad ogni modo, i cavatori erano costretti a lavorare in condizioni avverse, dovute alla posizione impervia delle cave e alla difficoltà di trasportare il marmo dal sito estrattivo ai centri di raccolta e ai laboratori. Sebbene la produzione di bardiglio fiorito ed altri marmi sia durata per oltre un secolo e mezzo, le difficoltà non furono poche e più volte le cave rischiarono la chiusura.

Durante la Seconda guerra mondiale e la conseguente occupazione nazista del comune di Stazzema, le cave di Retignano sospesero la propria attività estrattiva. I maggiori imprenditori, nel secondo dopoguerra, affidarono le cave alle comunità di cavatori locali, preferendo investire in altre fonti marmifere più proficue. Negli anni Sessanta il sistema dilizzatura del marmo venne abbandonato e le cave di Retignano non furono dotate di strade per gli automezzi adibiti al carico/scarico del materiale. Fu così che prima degli anni Settanta le cave iniziarono ad essere progressivamente abbandonate.

Oggi le cave sono visitabili al pubblico ed accessibili mediante dei sentieri che collegano i paesi di Retignano e Volegno.

Lungo il sentiero principale, che parte da Sanatoio-Prossaia, in località Canalettora si trova una casa diroccata e poco avanti la via di lizza delle cave di Mont’Alto. Dall’immagine si vede che oggi le cave sono state invase da piante varie e scepi, uno stato di totale abbandono dovuto anche al mancato consenso della ditta Henraux di tenere viva la memoria di quei posti. Come già sottolineato, le cave oggi non sono in attività ma sono ricche di quasi tutte le piante officinali tipiche del Mediterraneo: si trovano in abbondanza timo, asparagi, camugero, vinacciolo ed altre piante ancora.[13]

Verso il 1820, un gruppo di imprenditori francesi e britannici visitò la Versilia. Mentre il francese Boumond e famiglia si stabilirono a Riomagno, Seravezza, l’inglese James Beresford (negli archivi segnato come Belessforte) e il suo socio Gybrin preferirono Retignano. Con l’aiuto degli abitanti, nell’estate del 1820 trovarono nella cava della Canaletta un pregiato marmo disponibile solo nelle montagne di Retignano, un insolito mix di mischio, turchino e bardiglio fiorito. Decisero di avviare una sessione estrattiva e spedirono subito via mare diversi blocchi marmiferi in Gran Bretagna, presumibilmente a Londra, dove alcuni monumenti sono in marmo versiliese, come Marble Arch. Il campione inviato piacque fin da subito agli inglesi, che decisero di avviare un commercio con Retignano. Nel 1821 i due imprenditori, Beresford e Grybrin, con l’appoggio locale, fondarono una compagnia e presero in affitto da Francesco Guglielmi, per nove anni e con il canone di 6000 scudi, una cava (Messette) dalla quale spedirono marmo in Inghilterra. Gli abitanti di Retignano furono particolarmente attivi nel contribuire alla ripresa dell’industria marmifera in Versilia, impegnandosi nelle cave di Gabro, Ajola, Gordici e Messette, facenti parte del complesso delle cave di Mont’Alto di Retignano (vedi sezione in basso). Nel 1845 i retignanesi si opposero all’imprenditore inglese William Walton, in quanto i suoi traffici marmiferi danneggiavano i loro terreni destinati al pascolo e alla raccolta di castagne e legne. Al tempo dell’Unità d’Italia, nel 1861, gli abitanti del paese erano impegnati in buona parte nelle escavazioni e l’economia divenne principalmente legata al marmo, con un progressivo venir meno di metà della coltivazione dei castagneti e una riduzione dei terreni destinati alle coltivazioni.[2][7]

Scritto da Lorenzo Vannoni
22 anni. Studente di Chimica per l'Industria e l'Ambiente presso l'Università di Pisa.