Salvato da un carretto

Pubblico qui di seguito il racconto di don Aldo Martinelli, che nel 1944 si trovava sfollato a Retignano, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale. Il 29 luglio 1944 furono attaccati gli avvisi di sfollamento per la gente che abitava i paesi del comune di Stazzema. Gli Alleati stavano arrivando e i tedeschi volevano condurre le loro ultime rappresaglie contro i partigiani, prima di andarsene, così come volevano evitare che la gente restasse vittima del fuoco incrociato tra nemici.

In un clima di incertezza e terrore, molta gente che era stata sfollata in paesi come Retignano non sapeva più cosa fare. Molti pensavano di rifugiarsi in luoghi ancora più appartati sulle montagne e questa era anche la decisione iniziale presa da Martinelli e famiglia.

Ecco il racconto di don Aldo Martinelli che fu riportato da Lodovico Gierut nel suo libro Una strage nel tempo.

Davvero fortunato fu don Aldo Martinelli, quando nel 1944 per poco evitò di trovarsi a Sant’Anna il giorno dell’eccidio.

«Mi ritengo fortunato, se non addirittura miracolato.

Dovevo trovarmi a Sant’Anna il giorno della strage, ma un fortuito incidente fu per me, e per quanti mi seguivano, la salvezza.

Da alcuni mesi di quell’anno [1944], insieme ai miei familiari, mi trovavo sfollato a Retignano, nella casa di Lino Guglielmi. Giunti alla fine di luglio, mese pieno di speranze prima, ma poi pieno d’ansie, distruzioni e paure, arrivò un ordine perentorio e minaccioso dai tedeschi che ghiacciò il sangue a tutti: entro tre giorni dovevano lasciare il paese per dirigerci verso Parma, pena la distruzione del paese.

Fatto consiglio in famiglia, i più fummo concordi a partire. Si unì a noi anche Tito Tarabella con la famiglia, sfollati a Retignano come noi. Mi recai a Pontestazzemese all’Albergo Milani, dove si trovava il comando tedesco, per ritirare il permesso di viaggio fino a Parma. Mentre attendevo il mio turno, sulla piazza antistante e rigurgitante di sfollati, mi sentii chiamare: era don Innocenzo Lazzeri affacciato alla finestra della sua casa. Mi invitò a salire.

Mi convinse ad andare a Sant’Anna dove avrei trovato posto per me e la mia famiglia e mi disse: “Chiedi ai tedeschi che ti autorizzino a passare prima per Valdicastello, per riunirti coi tuoi altri parenti anch’essi diretti a Parma, ma poi prenderai la mulattiera per Sant’Anna”.

Accettai il suo consiglio, lo stimavo molto, veniva spesso alla mia casa ed era amico di tutti. Credevamo che a Sant’Anna, quel pittoresco paese a cui mi sento tanto legato, saremmo stati al sicuro. Purtroppo quello fu il nostro ultimo incontro [don Lazzeri sarà una delle vittime dell’eccidio, sacrificandosi per salvare, invano, alcuni santannini].

Al comando tedesco trovai un soldato compiacente che scrisse sul foglio quanto chiesi, autorizzandomi a passare per Valdicastello con un gruppo di venti o più persone. Ricordo che mi disse sibillino “Vi troverete meglio che qui”.

Tornato a Retignano con la nuova destinazione, i miei e il Tarabella furono felici di andare a Sant’Anna perché lo ritenevano una garanzia di sicurezza.

Ma il giorno della partenza accadde il “fattaccio provvidenziale”. La famiglia di Mario Verona (detto “Marione” per la sua mole robusta), che abitava lungo la via d’Arni, al nostro arrivo a Retignano accettò generosamente di custodire nella propria stalla, per tutta la durata dello sfollamento, una nostra mucca e il carretto che trainava. Giunti alla casa del Verona con tutti i nostri bagagli, borse strapiene, zaini pesantissimi con cibo, biancheria per i numerosi bambini che avevamo e con tutti i bagagli del Tarabella, sicuri dell’aiuto del carretto trainato dalla mucca, si venne in realtà a sapere che una famiglia di Forte dei Marmi, rifugiatasi a Retignano, spaventata dall’ordinanza tedesca, aveva chiesto in prestito il carretto la sera prima, con la promessa di riportarlo indietro all’alba.

Delusi, attendemmo impazienti a lungo, ma anche fiduciosi che da un momento all’altro ci avrebbero riportato il carretto per caricarlo ed arrivare a Sant’Anna prima di notte. Visto il ritardo, mi decisi a scendere da Retignano a Ruosina in bicicletta. Arrivato sulla via provinciale per Seravezza, vidi una fiumana di sfollati che, con tutti i mezzi, fuggivano dai paesi dello stazzemese, i loro volti erano stravolti, spaventati, terrorizzati. Vidi parenti, amici, conoscenti, ci salutammo con semplici e brevi gesti, non una parola: eravamo troppo oppressi dalle nostre angosce.

Seguendo la folla arrivai fino all’Argentiera trascinando a mano la bicicletta e qui pensai: chi avrebbe potuto portare il carretto fino a Retignano, a quell’ora e in quelle condizioni, in mezzo a tutto quel viavai di gente? Era impossibile. Tornai indietro.

Alla Risvolta, risalito in bicicletta dopo una pausa, cominciai a sentire un doloretto che sempre più aumentava. Passata la Risvolta mi prese un attacco di appendicite: non resistetti e caddi a terra.

Ce la feci, come Dio volle, a tornare. Mi corsero incontro e mi accompagnarono nella casa di Teresa Giannini e mi adagiarono sopra un divano. Io invitavo tutti a partire per Sant’Anna e dicevo loro che li avrei raggiunti per altri sentieri, come la selva lunga, la Porta… ma nessuno volle andare senza di me, neppure Tito Tarabella, che rimase solidale alla mia famiglia.

Questa decisione fu la salvezza di tutti

Don Aldo Martinelli (1919 – 2003)

 

Fonte: Lodovico Gierut, Una strage nel tempo, Giardini Editore, 1984, pp. 100-103.

Scritto da Lorenzo Vannoni
23 anni. Studente di Chimica per l'Industria e l'Ambiente presso l'Università di Pisa.