Sant’Anna                    

Io e mio fratello siamo nati a Retignano ma, durante la guerra, ci trasferimmo nel piccolo borgo de “La Porta”, sulla mulattiera che da Farnocchia va a Sant’Anna, un gruppo di case isolate in cima al monte Ornato dove i miei genitori pensavano di essere al sicuro.

Nel 1944 io avevo sette anni e mio fratello quattro. Vivevamo con la mamma e la nonna poiché nostro padre era nascosto nei boschi insieme ad altri uomini per evitare di essere catturati e deportati in Germania.

I Tedeschi, infatti, battevano queste zone alla ricerca dei partigiani nascosti nella macchia.

 

Vivevamo inconsapevoli e felici, anche se molto poveri.

Un giorno mi trovavo con mio fratello nei campi vicino casa a giocare con un aeroplanino di legno costruitomi da un mio cugino.

All’improvviso mi apparvero davanti due soldati che a me, bambino di sette anni, sembrarono enormi.

Erano vestiti di nero con decorazioni color oro sul cappello e sulla giacca.

Si avvicinarono e mi tolsero di mano il giocattolo osservandolo con attenzione.

Forse pensarono che in casa, oltre a noi due, ci fosse un adulto in grado di costruirlo

Entrarono nell’abitazione, perquisirono tutte le stanze e, visto che c’era solo la mamma, se ne andarono.

Lei, spaventata, decise, dato che nelle case vicine non c’era quasi nessuno, di trasferirci a Sennari (un borgo sopra Sant’Anna), dove vivevano altre famiglie che conosceva. Prese un grande pezzo di stoffa, lo riempì con le poche cose che avevamo, né fece un fagotto e, salutata la nonna, ci fece incamminare verso la Foce di Compito. Tutti e tre eravamo impauriti e noi bambini trattenevamo a stento le lacrime.

La strada era lunga e insidiosa perchè avevamo paura di fare “brutti incontri”.

Arrivati a Sennari, sul far della sera, i nostri conoscenti, non avendo posto in casa, ci fecero sistemare al riparo di una loggia.

La mamma aprì il fagotto e stese in terra qualche indumento per farci da materasso e poter riposare.

Noi, stanchi per la lunga camminata, ci addormentammo immediatamente.

Al mattino seguente la mamma, riposti gli oggetti dentro il fagotto e nascostolo, ci permise di giocare, mentre lei aiutava le altre famiglie nei lavori dei campi.

E così via per altri due o tre giorni. La paura era quasi passata.

La mattina del 12 agosto 1944, poco dopo esserci svegliati, vedemmo del fumo venire da Sant’Anna e sentimmo delle raffiche di mitra. Non capivamo cosa poteva essere successo.

Più tardi anche a Sennari arrivarono delle truppe tedesche.

Fecero uscire tutte le persone dalle case e ci fecero radunare in una piazzetta, setacciarono le abitazioni per vedere se qualcuno era rimasto nascosto, poi accatastarono mobili e legna trovata nei dintorni e diedero fuoco a tutto.

Ricordo che ci fu un grande silenzio, mentre i militari ci guardavano schierati vicino ad un muro; qualcuno si mise a pregare sottovoce, qualcun altro piangeva.

La mamma ci teneva stretti per la mano, visibilmente scossa.

Ad un certo punto il comandante del plotone che doveva fucilarci con un ordine secco fece allontanare i propri soldati e ci disse in italiano: <<Scappare! Scappare!>>.

Spaventatissimi, ci mettemmo a correre per il sentiero che porta alla mulattiera per “Valdicastello”.

Noi rimanevamo indietro rispetto al gruppo, perchè mio fratello era piccolo e non correva velocemente. A tal proposito, la mamma a tratti era costretta a prenderlo in braccio, rallentando anche lei.

Giunti alla mulattiera, arrivammo in quella che era detta “zona bianca”, una zona neutrale dove nessuno poteva essere “toccato”.

Ci mettemmo seduti per la stanchezza e, mentre ci riprendevamo, passarono dei soldati tedeschi.

Non ci degnarono di uno sguardo, come se fossimo invisibili.

Tirando un sospiro di sollievo, continuammo verso la meta.

Nell’aria ora si sentiva un odore di carne bruciata.

La mamma aveva dei parenti a Valdicastello che ci ospitarono. Quando la sera ci spogliammo per andare a letto, la mamma si accorse che i nostri piedi erano tutti scorticati, addirittura mancavano le unghie poiché nel fuggire camminavamo scalzi non avendo scarpe, ma zoccoli di legno.

Non ricordo quanto rimanemmo dai nostri parenti.

Quando i Tedeschi si ritirarono dalla Versilia, facemmo ritorno alla nostra casa riprendendo la vita di sempre, con nel cuore il ricordo di quel giorno orrendo.

Un giorno, nella nostra piazza, apparvero due militari di colore.

Erano robusti di corporatura.

Uno di essi si avvicinò a me per darmi qualcosa, probabilmente un pezzo di cioccolato o una caramella, non ricordo esattamente.

Io, che non avevo mai visto un uomo nero, per la paura cominciai a gridare così forte che la mamma spaventata si affacciò sulla porta. Il soldato la rassicurò che non voleva farci del male e allora lei mi calmò.

Questi neri volevano molto bene a noi bambini e quando potevano ci davano qualche cosa da mangiare. 

Sono tornato a Sant’Anna nel borgo di Sennari solo dopo trent’anni dall’accaduto perchè il ricordo era troppo doloroso.

Ho riconosciuto la loggia che ci ospitò quelle notti d’estate e sopratutto la piazzetta dove, per interminabili minuti, abbiamo visto la morte negli occhi degli uomini tedeschi.

 

 

                                                                           Tratto dal racconto inedito di

                                                                           Giacomo Verona.

 

Scritto da Lorenzo Vannoni

Marzo 2009

Opera vincitrice del 2° Premio Nazionale Jenny Marsili – Sant’Anna 2009.

Scritto da Lorenzo Vannoni
23 anni. Studente di Chimica per l'Industria e l'Ambiente presso l'Università di Pisa.