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Storia di Retignano

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Un resoconto completo del paese di Retignano, suddiviso in sezioni per facilitarne la consultazione.

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Maggio 2017: la pagina sulla storia di Retignano è in fase di revisione. Nel corso dell'estate, appena avrò tempo, aggiungerò tutte le nuove informazioni e le correzioni!

Tutto il materiale pubblicato è frutto di anni di ricerca (2009-2017) e collaborazione con università americane da parte di Lorenzo Vannoni, a cui sono riservati tutti i diritti d'autore. Il contenuto è disponibile anche su Wikipedia sotto la licenza Creative Commons dello stesso autore.

I primi insediamenti

Liguri Apuani e Romani. Ricostruzione (Wikispedia)

Attraverso alcuni ritrovamenti si può sostenere che la zona dell'attuale Retignano fosse già popolata in epoca preistorica, dal periodo del Paleolitico fino all'Età del Bronzo e del Ferro.[2] Origini più certe del paese possono risalire al ventennio dal 580 al 560 a.C,[3] in epoca romana, quando gli abitanti delle Alpi Apuane erano i noti Liguri Apuani.[1] All’epoca esisteva un piccolo gruppo di casupole circondate da molti campi coltivati, alcuni dei quali in comune con gli altri insediamenti vicini di Terrinca e Levigliani, in cui sono stati anche rinvenute alcune tracce di questa popolazione.[4] Con Levigliani condivideva anche una piccola necropoli, in località "Le piane", nella zona alta del paese.[1][4]

I Liguri Apuani[1], o più semplicemente Apuani, erano una popolazione che si suddivideva in varie tribù, chiamate Nomen dagli storici romani; una di queste si stanziò tra i massicci montuosi del complesso di Montalto, un'area molto estesa, delimitata da confini naturali e piena di risorse, tra cui torrenti, piante medicinali e fauna. Qui gli Apuani conducevano una vita seminomade e sfruttavano le zone di Retignano come nucleo abitativo dai mesi primaverili fino al primo inverno, ritirandosi su queste montagne per stare alla larga dai Celti a nord. Nelle zone più riparate e nelle radure di "Gordici" e "Valimoni", località boschive di Retignano, a circa 700 metri s.l.m., chiamate dagli Apuani luki, sorgevano i resti di piccoli insediamenti. In caso di guerra era previsto il ricorso ad una cima fortificata, una vetta da cui poter scorgere l'orizzonte e segnalare tempestivamente l'arrivo dei nemici. Per Retignano, tale vetta coincide con la sommità del monte "Castello", la cui etimologia probabilmente ha a che vedere con questo fatto.[5] Da lì è possibile vedere l'intera vallata versiliese, la costa e, nelle giornate serene, anche uno scorcio sull'arcipelago toscano.

In epoca Apuana, ma anche etrusca, l’incastellamento era abbastanza frequente. Ad ogni modo, nel mondo dei Liguri Apuani il castellum (così indicato in latino) aveva la valenza di "borgo fortificato o arroccato", piuttosto che l'accezione di edificio nell’immaginario comune. Si intendeva, quindi, una cima fortificata o ben protetta preposta alla difesa comune in caso di pericolo. I castellari apuani erano spesso in prossimità delle cime di montagne particolarmente strategiche, morfologicamente ben protette, talvolta fianchi dirupati o semplici colline, ma sempre dotati di ottima visuale. Al giorno d'oggi sono rimaste poche località ad indicare località "castellari", ad esempio il "monte Castello" di Retignano.

Purtroppo, le lacune lasciate dalla storiografia romana, in aggiunta alle devastazioni dei barbari, non hanno permesso di identificare la tribù che popolava Retignano. Si ritiene che fossero i Vasates, abitanti di Basati, località antistante Retignano e che da essi deriva il suo nome.[6]

I Romani nutrivano un profondo interesse per la Versilia, sebbene all’epoca gran parte della pianura fosse paludosa. Dal momento che Roma aveva interesse ad assoggettare al proprio Impero anche le nostre montagne, i Liguri Apuani furono più volte attaccati dalle milizie romane. Lo storico latino Tito Livio racconta che, dopo la sconfitta di Annibale, nel 193 a.C. i Liguri presero l'iniziativa, contrattaccando i Romani ed avviando così un lungo periodo di guerra. Retignano fu una delle principali roccaforti dei Liguri Apuani, tanto osteggiata da Roma.[1]

I Romani disponevano di molti armamenti e di una cultura della guerra più sviluppata, per cui in più occasioni riuscirono a sopraffare i Liguri i quali, dal canto loro, potevano sfruttare la conoscenza del territorio per meglio organizzare offensive e ritirate.

Nel 186 a.C. i Liguri inflissero una pesante sconfitta alle truppe del console Quinto Marcio Filippo, attirando centinaia di legionari romani in una serie di strette gole e terreni scoscesi. Il luogo del disastro, secondo Tito Livio, prese poi il nome di Saltus Marcius, ovvero "il salto di Marcio".[1][7] Lo storico riporta che i Romani dovettero spogliarsi delle armi soltanto per battere ritirata più velocemente.[8][9][10]

Latino

«Perfectis quaestionibus, prior Q. Marcius in Ligures Apuanos est profectus. dum penitus in abditos saltus, quae latebrae receptaculaque illis semper fuerant, persequitur, in praeoccupatis angustiis loco iniquo est circumuentus. quattuor milia militum amissa, et legionis secundae signa tria, undecim uexilla socium Latini nominis in potestatem hostium uenerunt, et arma multa, quae quia impedimento fugientibus per siluestres semitas erant, passim iactabantur. prius sequendi Ligures finem quam fugae Romani fecerunt. consul ubi primum ex hostium agro euasit, ne, quantum deminutae copiae forent, appareret, in locis pacatis exercitum dimisit. Non tamen obliterare famam rei male gestae potuit: nam saltus, unde eum Ligures fugauerant, Marcius est appellatus.»

Italiano

«Terminate le inquisizioni, per primo Quinto Marcio andò a combattere i Liguri Apuani. Mentre li inseguiva ben addentro nelle fitte boscaglie che erano sempre state i loro ricettacoli ed i loro nascondigli, fu avviluppato in sito svantaggioso tra certe strettoie già occupate prima. Si son perduti circa quattromila soldati, e caddero in poter dei nemici tre bandiere della seconda legione, undici insegne degli alleati Latini e molte armi, le quali qua e là si gettavano via perché impacciavano la fuga per i sentieri boschivi; e cessarono prima i Liguri di inseguire che i Romani di fuggire. Il console, non appena uscì dalle terre dei nemici, affinché non si vedesse quanto fosse diminuito di forze [armate], fece passare l'esercito in un paese amico. Non poté però cancellare la memoria dell'onta ricevuta: infatti, l'angusto passo, per il quale i Liguri lo avevano costretto alla fuga, fu chiamato Colle Marcio.»

(Tito Livio, Ab Urbe Condita, Liber XXXIX)

La zona, un colle denominato ancora oggi "Colle Marcio", è stata individuata lungo il sentiero che collega Retignano al paese di Volegno, una cresta boscosa che scende da Montalto fino a sbarrare il Vezza nei pressi di Pontestazzemese.[11][12][13]

Figura 1. Alla base di questo dirupo si troverebbe il Saltus Marcius.

In ogni caso, la vittoria del Saltus Marcius ridiede nuova linfa agli Apuani che ripresero di buona lena le loro incursioni lungo il litorale versiliese, per limitare le quali Roma inviò il console di turno Marco Sempronio Tuditano che, nel 185 a.c., li costrinse a rientrare sulle montagne, ridando a Roma il controllo della fascia costiera da Pisa al Portus Lunae (oggi Luni). Ma, anche in questo caso, la presunta vittoria non convinse per nulla il Senato, visto che negò il trionfo anche a quest’ultimo console.[13]

Cominciò così un periodo in cui la situazione rimase in stallo: gli Apuani continuavano con le loro incursioni ed i Romani li ricacciavano sui monti. Presumibilmente si trattava di piccoli agguati attraverso i quali uno dei contendenti cercava di attirare l’altro nelle gole montane dove avrebbe potuto tendere delle imboscate, mentre l’altro lo inseguiva fin quando il terreno non diventava pericoloso.[13]

Ma questa impasse di continua guerriglia senza risultati concreti era inaccettabile per il Senato Romano. Per attuare i propri disegni espansionistici, esso necessitava di territori dove poter agire in tutta tranquillità, per cui fu presa la decisione di saldare il conto con gli Apuani una volta per tutte.[13]

Gli Apuani temevano possibili ritorsioni da parte di Roma, ma pensavano che l’attacco sarebbe avvenuto una volta eletti i nuovi consoli. Approfittando di una tregua e anticipando, quindi, quella spedizione che gli Apuani si sarebbero aspettati mesi più tardi, i due proconsoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio Tanfilo colsero di sorpresa i Liguri. Al popolo montanaro, messo alle strette anche dalle sue stesse montagne, non restò che arrendersi. Tra il 180 a.C. ed il 179 a.C. gli Apuani furono sopraffatti e gran parte di loro fu deportata nel Sannio (Macchia di Circello, vicino a Benevento), in due scaglioni composti, secondo Tito Livio, da 40’000 e 7’000 individui.[8][9][13]

Si ritiene che non tutti furono deportati durante questo biennio, dato che Roma faceva ancora pressioni sull’area versiliese. Ora l’obiettivo del Senato, però, era tenere a freno quei nomadi liguri che si concentravano per lo più lungo la costa e la valle del Magra, ritenuti una minaccia per la sicurezza e il commercio nel porto di Luni.[14]

In ogni caso, dopo la deportazione dei Liguri Apuani, nel 177 a.C. i loro domini a Retignano, Levigliani, Terrinca e Seravezza furono suddivisi dapprima in coloniae, con centro a Luni per Seravezza e Querceta, a Lucca per le zone montuose di Stazzema e Pietrasanta. Le colonie vennero poi suddivise in villaggi, sorti su colline di facile accesso. Da una parte, l’incastellamento dei Liguri su delle alture aveva facilitato l’accesso ai coloni romani e posto le basi per futuri terrazzamenti. Ognuno di quei villaggi, divenuto un accampamento romano, prese il nome dal suo fondatore o governatore. I luogotenenti di istanza in Alta Versilia furono molteplici; tra i principali Laevilius per Levigliani e Retinius per Retignano[3][5][15]

Possiamo considerare, quindi, il 177 a.C. come effettivo anno di fondazione del borgo di Retignano in chiave romana.[1] La località era definita in latino arcifinius (un tipo di suddivisione del territorio), termine che nella Roma repubblicana indicava un appezzamento non ben praticabile a causa della morfologia (località montanara) e dove si era già cominciato a costruire prima dell'autorizzazione o colonizzazione romana. Inizialmente, arcifinius indicava un terreno non ancora soggetto alle leggi imperiali, bensì ad altre straniere (in questo caso, degli Apuani o chi per essi). Stando alle opere De agrorum qualitate ("La qualità dei campi") e De controversiis di Sesto Giulio Frontino, politico e scrittore romano, un arcifinius indica «un confine curvo, come quello posto alla estremità di un campo coltivato, montagne, corsi d'acqua...». Retignano, come altre località versiliesi, appariva proprio come un insediamento arcifinium, specialmente a seguito della deportazione dei Liguri Apuani che lasciò l'area quasi del tutto spopolata. L'analisi di vari fattori (tra cui la toponomastica, alcune tradizioni popolari e l'etnografia) porta a credere che Retignano, in veste di stazione romana, insieme a Pomezzana e Gallena fu ricavato dal frazionamento di aree più vaste, da cui poi avrebbe avuto origine il comunello di Farnocchia da una parte e il comune di Seravezza dall'altra. Sembrerebbe una tattica romana per iniziare a sottrarre territori alle comunità "indigene" locali. Una volta conquistata una certa zona, lentamente i Romani cominciavano ad espandersi verso territori ancora non di loro proprietà, finché anche questi ultimi non venivano inglobati nell’Impero. L'arcifinius fu dunque il modello demoterritoriale con cui i romani spartirono la Versilia tra i loro coloni. Un modello che i nobili feudatari medievali, di origine longobarda e non, mantennero intatto, facendolo riemergere nei secoli successivi in veste di Comunello. Una simile spartizione di aiuta anche a comprendere come il feudalesimo e la servitù si siano così radicati nelle zone di Retignano e dintorni.[16][17]

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C., evento che segna l’inizio del Medioevo) le scorrerie dei barbari divennero più frequenti. I Longobardi arrivarono in Versilia nel VI secolo d.C. e furono particolarmente stanziati a Terrinca. Molte persone riportano i tipici tratti nordici (pelle chiara, capelli biondi e occhi azzurri), così come anche la parlata dialettale, oggi quasi scomparsa, era ricca di termini di origine germanica. Per citare un esempio “treppicare” viene dal tedesco trippen, ovvero calpestare. (Marino Bazzichi, Versilia Oggi, 1982). Il Santini, in un manoscritto dedicato alla famiglia Tomei-Albiani, disse che le famiglie longobarde possedevano terreni nelle località di Terrinca-Levigliani-Retignano e Stazzema-Pruno-Volegno. Prosegue poi narrando che nel 753 d.C. Astolfo, re dei Longobardi, donò alcuni terreni al cognato Anselmo, con un trattato firmato nel Castello Aghinolfi (Montignoso). Dopo i romani, anche i longobardi impartirono alle popolazioni locali dei nuovi sistemi di amministrazione e gestione del territorio. Furono costruite delle rocche e delle pievi. Secondo il Barbacciani Fedeli anche la chiesa di Retignano, risalente proprio al periodo longobardo, in realtà era all'inizio una rocca che fu poi adibita a chiesa grazie a Matilde di Canossa, intorno al Mille.

Secondo altre fonti storiche, più accurate, la chiesa del paese risale invece all'VIII secolo d.C. e fu edificata, proprio come edificio religioso, in data 29 dicembre, anche se l'anno non è del tutto chiaro.[18]

Alcune ricerche su un documento del 31 agosto 855 d.C. confermano l’origine del nome Retignano, derivato da Retinius (Retinio), romano a cui fu affidato il distretto del paese che poi divenne Ratiniana (800), Ratiniano (854), Ratignano (900), San Pietro di Retignano (1200) ed infine Retignano (1300)[3][4][5]. Il 1º luglio del 932 d.C. il borgo, denominato Ratignano come testimoniano certi registri dell'arcivescovado di Lucca, fu donato dal re longobardo Lotario alla cattedrale lucchese, facilitando anche in questo paese la diffusione del cristianesimo.[4][19][20] Il 2 settembre 954 il paese era già di un certo livello e di lì a breve divenne comunello autonomo. All'epoca, la sua economia era largamente a sfondo agricolo. Una carta di quel periodo, depositata presso l'archivio arcivescovile di Lucca, rivela una permuta di beni (una casa con podere posta a Retignano, citato come Ratiniana prope Sala Vetitia, Retignano sopra Seravezza) tra il vescovo Corrado e suo nipote Giovanni del fu Rodilando.

Approfondimento: il castagno [2]

Nei documenti dell'Alto Medioevo troviamo spesso il termine selva distinto da bosco, secondo l'usanza apuana (sopravvissuta fino a noi) di indicare con la prima parola le coltivazioni di solo castagno. In un documento del 4 settembre 954 riguardo Ratiniano si nominano, tra le varie cose, «silvis e virgareis»[3] indicando presumibilmente le selve di castagno e piantonete di vernacchi per la produzione di tavole e pali. Lorenzo Veronese nel suo Liber maiolichinus de gestibus pisanorum illustribus, dice che i boschi di Retignano e dell'Alta Versilia in generale furono ampiamente privati di alberi affinché con quei tronchi si potesse allestire la flotta pisana, impegnata poi nella crociata balearica del 1113-1115. Furono abbattuti così tanti alberi in tutta la Versilia che il Veronese ci dice: «arboribus caesis remanet Corvara rara» (a causa dei numerosi alberi tagliati, Corvaia rimase rada). Nel 1100 le selve di Retignano erano sotto il dominio dei Nobili locali, alleati dei pisani, che detenevano il controllo anche del vino e dell'olio.

Prendendo a campione ancora Retignano, nella seconda metà del Duecento il paese disponeva di un legname pregiato, conteso dai pisani e dai lucchesi, soprattutto castagno e quercia. Gli eredi di un tale Vite, abitante del paese, dovevano pagare come tassa al loro signore (Bonifacio di Bartolomeo dei Nobili di Massa) 4 staie (circa 100 litri di capacità) di grano, segale, orzo, panico e castagne.

Sotto i Medici e poi gli Asburgo-Lorena, i castagneti dell'Alta Versilia furono ulteriormente razionalizzati e nel paese di Retignano comparirono i primi terrazzamenti, seguiti da esperti della neonata Accademia dei Gergofili.

Il castagno divenne quindi fondamentale fonte di approvvigionamento alimentare e di combustibile, segno di un'economia di autoconsumo efficace. Permise anche alla popolazione di aumentare sensibilmente nel periodo 1500-800. Forniva approvvigionamento di carboidrati, dato che nei pendii scoscesi era a volte impervia la coltivazione di cereali o altri alberi da frutto. Forniva anche legna da ardere, per paleria e costruzioni edilizie, nonchè lettiera per bestiame.

 

[1]Nei Commentarii (I, 8), Vincenzo Santini dice che Ligur in celtico vuol dire «uomo di mare», così come Ligures in latino indica «abitanti della costa». Cicerone li definiva «animosi».

[2]Guido da Vallecchia, Libri Memoriales e “Castagno” in Almanacco Versiliese, Volume I, Giorgio Giannelli.

[3] Vincenzo Santini, Commentarii, V, p. 121

Dal Mille al Seicento


Il feudalesimo e la signoria lucchese

Dal Mille al Seicento

Il primo nucleo ad essere abitato, dopo il periodo dei Liguri Apuani, fu quello oggi chiamato "Caldaia" insieme anche alla “Corte”, così chiamata perché sede del primo Comunello autonomo verso la fine del 1100.[2][4]

Retignano dall'alto, agosto 2015

Il Barbacciani Fedeli,[8] un saggio sulla storia e la configurazione politica della Versilia nei secoli, attesta che il monte che sovrasta Retignano, noto come “Castello”, un tempo fosse un’antica rocca di avvistamento di popoli nemici in avvicinamento e marcasse, inoltre, il confine tra la diocesi di Luni e quella di Lucca.

Il Comunello di Retignano comprendeva, oltre al paese stesso, anche i territori di Ruosina, Iacco, Argentiera e Gallena, più una serie di insediamenti al di là del fiume, che gli abitanti oggi chiamano «dal fiume innà» (in versiliese, “al di là del fiume”), a sottolineare che non hanno un toponimo vero e proprio.[2][7]

Guido da Vallecchia, nei suoi Libri Memoriales del 1264, ci racconta che nel borgo, già di proprietà dei Nobili di Versilia nel Duecento, si coltivavano grano, orzo, miglio e castagne. Sempre nel Duecento, i bacini minerari versiliesi erano già da tempo sfruttati e molti di essi costruiti in luoghi arroccati o comunque ben protetti, per evitare attacchi strategici alle attività estrattive. Tra il 1213 e il 1219, alcune famiglie longobarde si spartirono delle proprietà minerarie presso l'Argentiera e Farnocchia, all'epoca sotto il controllo di Retignano. Tuttavia, il lungo conflitto tra i feudatari locali e la signoria lucchese, si concluse con la distruzione, da parte di Lucca, di molti castelli e rocche al fine di danneggiare l'economia locale ed insediare i signorotti lucchesi nelle terrae novae di Pietrasanta e Camaiore.[9]

Nello statuto della Repubblica di Lucca del 1308 era stabilito che Retignano (notate il cambio di nome) dovesse offrire, nel giorno di Santa Croce, un cero di quattro libbre. Questa offerta, di poco valore, qualificava Retignano come un paese dalla scarsa importanza nell'economia versiliese. Da altri registi emerge che nel 1401 a Retignano erano attivi 5 muratori e 5 tessitrici, mentre la maggioranza degli abitanti era dedita alle coltivazioni agricole.[10] La perdita di molte attività estrattive aveva danneggiato pesantemente l'economia di Retignano e del comunello. Soltanto nel 1316, quando il dominio versiliese finì nelle mani di Castruccio Castracani, fu possibile riprendere l'attività estrattiva.[9]

Tra il 1341 e il 1513, la Versilia e le attività minerarie videro l'alternarsi di periodi di attività e di inattività, causati dal continuo passaggio della zona tra i possedimenti di Pisa, Lucca, Genova ed infine Firenze. Con una bolla del 1516, papa Leone X dei Medici annetté l'enclave di Pietrasanta nel dominio fiorentino. Poiché Firenze godeva di una certa stabilità, Cosimo I diede importanza alle miniere, alle montagne e al marmo versiliese, avviando una serie di nuove attività e scavi, favorendo l'economia locale e spingendo i Medici a costruire una residenza a Seravezza. Saranno proprio i Medici ad aiutare Retignano a riprendere l'economia, mentre le prime estrazioni marmifere risalgono all'Ottocento.[9]

Nel 1532 era attiva una fabbrica di ferro verso il Canale del Vezza. Nel 1535 in paese erano attivi 2 muratori, 2 bottai e un mugnaio. Passato nel frattempo sotto Firenze, il 17 settembre 1550 il nuovo statuto del Comunello, quando gli abitanti erano appena 213, venne approvato dal nuovo Governo Granducale. Sebbene non se ne conosca il motivo, nel 1558 molti uomini di Retignano, sostenuti da alcuni di Ruosina e Gallena, all'epoca un tutt'uno con Retignano, chiesero formalmente di passare sotto il comune di Pietrasanta. Quando l'Alta Versilia era costellata da comunelli, il comune di Stazzema ancora non esisteva. Questa richiesta venne respinta dopo vari tentativi a causa di screzi interni al consiglio del comunello, tra chi era a favore di passare sotto Pietrasanta e coloro che preferivano l'autonomia.[2][7]

Nel 1568 Matteo Inghirami, un procuratore delle miniere del Granduca di Toscana, scelse di abbattere alcuni edifici lungo il fiume (nella zona dell'attuale Ruosina) ed un mulino, al posto dei quali fece costruire una ferriera. Agli inizi del Seicento, quando il comunello di Retignano godeva di una certa prosperità, il borgo era utilizzato per controllare tutte le strade della Versilia e comunicare tempestivamente l'arrivo di bande nemiche, in particolar modo la cima del monte "il Castello" e le vette di Mont'Alto permettevano di tenere d'occhio tutte le altre frazioni.[2][7]

Miniere di mercurio di Levigliani

Tra il 1603 e il 1632, dopo alcuni liti con Farnocchia per questioni di confini, la granduchessa Maria Cristina risolse la questione limitando il comunello di Retignano ai primi insediamenti al di là del fiume e lasciandogli il pieno controllo del fiume a patto di garantire la sicurezza dei ponti e degli edifici lungo di esso. Amilcare Verona così scrisse su Retignano:

« Questo paese conobbe dei periodi di prosperità derivata dalla ricchezza dei suoi boschi, dall'abbondanza delle acque,

dalle fiorenti miniere dell’argento vivo ("mercurio", ndr) e del ferro, nonché da un copioso allevamento, in particolare ovini e bovini, affiancato da un’intensa attività agricola » (Amilcare Verona, scritto personale)

Con questa testimonianza sappiamo che già nel Seicento erano fiorenti le miniere dell'argento vivo, ovvero il mercurio, rimaste attive fino alla metà del Novecento ed oggi ancora ricche e visitabili, ma non più in attività.[11 ]

La rivoluzione del marmo


Le origini di Retignano e ciò che offre
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1700

Il Settecento si apre, per Retignano, con nuove opportunità ed una ritrovata prosperità economica che consente al comunello di restare in piedi. Nel 1712 il consiglio dei rappresentanti del popolo era composto da 50 persone, quando in paese erano attivi 4 muratori, 6 tessitori, 2 addetti ai mulini, una lucidatrice e coloro che lavoravano presso falegnamerie e segherie ad acqua. Ci si rende conto che la società del comunello di Retignano era gestita da un nucleo ristretto di lavoratori che tiravano avanti l'economia locale, mentre il fabbisogno principale del paese e dintorni era appannaggio dei contadini.[2][7]
Nel 1720 si sviluppò una redditizia produzione del baco da seta, dato che i bozzoli di Retignano erano considerati i migliori della Versilia. In quell'anno Retignano era composto da 94 case con 436 abitanti, pari a 88 famiglie. Un dato insolito riguarda il censimento del 1750, in cui invece registriamo solo 42 famiglie per un totale di 212 abitanti distribuiti in 46 case. Questa discrepanza di dati lascia intendere che i precedenti registri si riferissero a tutto il comunello e non soltanto a Retignano. Sono le prime avvisaglie dell'imminente "chiusura" di comunelli, come quelli di Retignano e Levigliani la cui prosperità durò fino al 17 giugno 1776 quando, per volere del Granduca di Toscana Pietro Leopoldo, vennero eliminati i comunelli ed il fulcro delle attività si spostò a Ruosina e poi a Stazzema, facendo nascere l'attuale comune.[2][7]
 
 

L'Ottocento

Cave di marmo di Retignano, 1916Verso il 1820, un gruppo di imprenditori francesi e britannici visitò la Versilia. Mentre il francese Boumond e famiglia si stabilirono a Riomagno, Seravezza, l’inglese James Beresford (negli archivi segnato come Belessforte) e il suo socio Gybrin preferirono Retignano. Con l'aiuto degli abitanti, nell'estate del 1820 trovarono nella cava della Canaletta un pregiato marmo disponibile solo nelle montagne di Retignano, un insolito mix di mischio, turchino e bardiglio fiorito. Decisero di avviare una sessione estrattiva e spedirono subito via mare diversi blocchi marmiferi in Gran Bretagna, presumibilmente a Londra, dove alcuni monumenti sono in marmo versiliese, come Marble Arch. Il campione inviato piacque fin da subito agli inglesi, che decisero di avviare un commercio con Retignano.
Nel 1821 i due imprenditori, Beresford e Grybrin, con l'appoggio locale, fondarono una compagnia e presero in affitto da Francesco Guglielmi, per nove anni e con il canone di 6000 scudi, una cava (Messette) dalla quale spedirono marmo in Inghilterra. Gli abitanti di Retignano furono particolarmente attivi nel contribuire alla ripresa dell’industria marmifera in Versilia, impegnandosi nelle cave di Gabro, Ajola, Gordici e Messette, facenti parte del complesso delle cave di Mont'Alto di Retignano (vedi sezione in basso). Nel 1845 i retignanesi si opposero all’imprenditore inglese William Walton, in quanto i suoi traffici marmiferi danneggiavano i loro terreni destinati al pascolo e alla raccolta di castagne e legne. Al tempo dell’Unità d’Italia, nel 1861, gli abitanti del paese erano impegnati in buona parte nelle escavazioni e l'economia divenne principalmente legata al marmo, con un progressivo venir meno di metà della coltivazione dei castagneti e una riduzione dei terreni destinati alle coltivazioni.[2][7]
 

Dal Novecento ad oggi


Affrontare due guerre mondiali devastanti e poi risorgere

Il Novecento

Durante gli anni della Grande Guerra, ma specialmente nel periodo della Seconda guerra mondiale, molti abitanti di Retignano scelsero di trovare la fortuna all'estero, disperdendo così le loro origini nei Paesi stranieri. La maggiore fonte di ispirazione fu il continente americano, considerando che in parecchi partirono alla volta degli Stati Uniti. Questo fenomeno di emigrazione riguardò anche l'Italia, in un periodo in cui, vicini alla Ricostruzione, si voleva migliorare le proprie condizioni di vita. Molti retignanesi cercarono lavoro nelle città e il fenomeno contribuì a ridurre notevolmente il numero degli abitanti.

In paese sono presenti due associazioni che riuniscono la cittadinanza: la centenaria Misericordia di Retignano, fondata nel 1908, e il Circolo Ricreativo Sportivo, fondato originariamente come C. R. Operaio.

1944

Soldato americano a Retignano (Foto Milena)Nell'estate del 1944, nel pieno della Seconda guerra mondiale, il dominio dei nazisti si era esteso anche all'Alta Versilia, comprendendo anche il paese di Retignano, sfruttato per la sua posizione strategica da cui è possibile osservare l'intera vallata e il Tirreno all'orizzonte. Inoltre, l'intera zona rientrava nella linea gotica. Alla fine di luglio del 1944, a Retignano arrivò l’ordine di sfollamento per rappresaglia da parte dei tedeschi. L'obiettivo era quello di allontanare gli abitanti dalle loro case e stanare i partigiani rifugiatisi nei boschi, nonché facilitare il passaggio della linea gotica e procedere poi con il bombardamento della montagna.

Dal diario di Bettina Federigi si evince il clima che si respirava in quegli anni nel comune di Stazzema.

« Sabato 29 luglio 1944
Ieri verso le 18 i tedeschi hanno attaccato i fogli con l'ordine di sfollamento. Tempo: fino al 1º agosto '44. [...] Tutta la gente scappa con poca roba; i tedeschi principiano a sparare col fucile mitra [...], hanno già fatto saltare due case. [...] Quanta gente per le strade, chi piangeva, chi urlava, chi chiamava. Il Comando tedesco dove rilasciavano il foglio di sfollamento era pieno di gente e persone cariche di roba che non riuscivano a passare e che urlavano per avere il passo libero. »

(Bettina Federigi, estratto del suo diario presente in Versilia Linea Gotica, di Fabrizio Federigi.)

In questa testimonianza si parla di passo libero come sinonimo di "lasciapassare". Si trattava di un documento in lingua tedesca, mal tradotto in italiano, su una carta velina firmata senza timbri, a sottolineare la necessità impellente di permettere alla gente del posto di allontanarsi. Uno dei tanti lasciapassare per i retignanesi, quello di Lorenzo Viti che viaggiava con la sua famiglia, così dice:

« Dichiarazione: Viti Lorenzo e i quatro famigliari viaggiano per ordine di evacuazione da parte delle FF. AA. Germaniche verso Parma. L'aiuto alla partenza e durante il viaggio sono da garantirsi al suddetto da parte delle Autorità. Stazzema, 31 luglio 1944.

Il Comando Germanico »

Poco prima che lo sfollamento riguardasse anche Retignano, i vicini paesi di Farnocchia e Sant'Anna subirono degli attacchi dai primi soldati tedeschi giunti sul posto, presto respinti. A fine luglio, inoltre, buona parte di Farnocchia era stata data alle fiamme. Gli abitanti di Retignano, intimoriti dalle minacce nemiche e dagli orrori che si consumavano nei dintorni, si radunarono quella sera stessa nella chiesa principale, per pregare la Santissima Annunziata, considerata insieme a San Pietro patrona locale. Il parroco dell'epoca, Don Marco Giannetti da Azzano, compose un'invocazione alla vergine Maria per supplicarla di risparmiare il paese.

« O Maria, a Te che tutto puoi, affidiamo la protezione di questo paese.
Salvalo, o Maria, nel periodo burrascoso che attraversiamo.
1º agosto 1944 »

(Don Marco Giannetti da Azzano, cartagloria di Retignano)

Mentre i retignanesi si apprestavano a lasciare le loro abitazioni — dai racconti degli anziani del posto — inaspettatamente giunse un contrordine che annullava la precedente richiesta di evacuazione. In segno di riconoscenza, gli abitanti di Retignano fecero offerte alla Madonna, da allora reputata protettrice del paese. La testimonianza di questi fatti si trova in una carta gloriae conservata nella sacrestia della chiesa. Fino a qualche anno fa, il 1º agosto, si scopriva l’immagine sacra in ricordo di tale avvenimento.

Da Retignano, infine, si potevano scorgere dei rivoli di fumo dietro le montagne, indice dell'eccidio avvenuto a Sant'Anna e dintorni il 12 agosto 1944.La piazza principale del paese, oggi nota come Piazza della Signoria, era dedicata a Padre Marcello Verona dei Carmelitani Scalzi, nativo di Retignano ed ucciso al Mirteto di Massa nel settembre 1944.

Secondo dopoguerra

Il paese di Retignano si è caratterizzato nei secoli per l'agricoltura di sussistenza, basata sulla coltivazione di orti, campi e specialmente estesi uliveti, il tutto grazie alla luce solare che favorisce molte coltivazioni. I boschi venivano adoperati e conservati come risorse per la legna da ardere, le castagne per la produzione di farina eccetera. Dopo la guerra e con le varie difficoltà della Ricostruzione, i retignanesi ebbero difficoltà a rimettere in sesto la propria "economia". Alle porte degli anni Cinquanta, grazie anche agli aiuti finanziari del piano Marshall, l'Italia organizzò un'amministrazione forestale, guidata all'epoca da Amintore Fanfani, il quale avviò una rigorosa politica di tutela dei boschi e delle foreste anche in Alta Versilia.

La politica forestale italiana, infatti, si distinse in quegli anni per il grande interesse dato al rimboschimento di alcune aree montane. In realtà, cenni di una politica boschiva convincente ed efficace si fanno risalire ai primi del Novecento, ma fu solo tra il 1948 e il 1983 che il governo si occupò della salvaguardia di ben 850'000 ettari di terreno nel Belpaese. La prima fase di questo rimboschimento riguardò le zone più colpite dalla guerra.[12]

Soldato americano a Retignano (Foto Milena)I paesi di Retignano e Volegno, tradizionalmente legati alle attività nei boschi, furono tra i primi a beneficiare degli aiuti. Essenzialmente il riassestamento di tali territori fu effettuato per fini sociali quali protezione idrogeologica, migliorare l'accessibilità alle zone svantaggiate e così via. Il rimboschimento produttivo riguardò altre aree della Versilia.[12]

 

Amintore Fanfani, in visita a Retignano, insediò nel 1949 un cantiere di rimboschimento fra il monte Castello e Montalto, dove ancora oggi sono visitabili i resti delle cave di marmo. Il ministro giunse in paese l'8 marzo 1949, come ricorda una targa di marmo commemorativa posta nel punto in cui iniziò il rimboschimento. Tale targa, nota ai paesani come "Lapide di Fanfani", recita:

Per ricordare nel tempola visita del ministro del lavoro Amintore Fanfani al cantiere di rimboschimento addi 8 marzo 1949

i dirigenti e gli allievi grati ed entusiasti

Non appena ci si inoltra nei boschi, prima della località Alla Fronte, si trovano i resti delle "pozze", punti di ritrovo delle donne di una volta, dove l'acqua corrente della Fontana di Cima permetteva loro di lavare i panni o raccogliere dell'acqua da portare a casa. Nel sentiero che conduce alle cave si incontrano il Canal Secco e Rio, le sorgenti principali dell'acquedotto di Retignano di un tempo.[13][14]

Nel 1953 in paese fu installata una stazione meteorologica che fornisce le statistiche climatiche per tutto il comune di Stazzema

Anni Duemila

Si organizzano periodicamente manifestazioni paesane di rilievo sociale, religioso e turistico quali sagre in occasione delle feste paesane, processioni luminarie del "Gesu' Morto", che richiamano sempre centinaia di persone, piccole mostre, balli in piazza. Il paese è sede del torneo calcistico Alta Versilia, sfida che vede impegnate le formazioni dei paesi dello Stazzemese per la conquista del Trofeo Barsottini. Infine, d'estate, il giorno 29 giugno (la festa del patrono del paese) viene organizzata una sagra, detta Sagra del Tordello, di durata in genere di tre giorni. L'evento si ripete anche a metà luglio e richiama numerose persone, soprattutto per l'atmosfera tranquilla e rilassante delle montagne.

Nell'anno 2001 a seguito della fusione per incorporazione con la Polisportiva Retignano, il CRO prese l'attuale nome, CRS (Circolo Ricreativo Sportivo). Una propria squadra rappresentativa è militante nel campionato di calcio FIGC di terza categoria, dopo una stagione in seconda. In tutto, la squadra del paese si è aggiudicata ben 9 tornei, guadagnando così nove stelle sullo stemma (un gatto in primo piano su uno sfondo bianco-celeste).

Nel 2006 terminarono i lavori di ristrutturazione del vecchio complesso delle ex-scuole, sostituito da un bar-ristorante e, sulla sinistra, dalla sede del CERAFRI, un centro per la monitoraggio del rischio idrologico della Versilia sorto dopo le necessità emerse a seguito dell'alluvione del1996.[15]

Nel mese di aprile 2008 il furto del noto quadro votivo dell'Immacolata Concezione ha suscitato grande sconforto nel paese.[16]

Nell'estate del 2013 si è tenuto il 1° Trofeo San Pietro: consiste in una corsa competitiva e in una non-competitiva con i percorsi che si snodano all'interno del paese e con difficoltà diverse a seconda della tipologia di corsa scelta. L'evento si è ripetuto nel 2014.[17][18]

Il 22 e il 23 marzo 2014, presso il campo sportivo di Retignano, oltre 500 volontari delle Pubbliche Assistenze toscane hanno testato nuovi protocolli per l'allestimento di campi base in caso di emergenze. Il progetto, che ha simulato il verificarsi di uno sciame sismico e diverse allerte meteo, ha coinvolto molti giovani ed anche la popolazione. Franco Gabrielli, capo della Protezione Civile, ha poi ricevuto la cittadinanza onoraria di Stazzema.[19][20] Nel giugno 2014 si è invece tenuto al CERAFRI un convegno sulla sicurezza della montagna e la tutela dell'ambiente.[21]

Nell'agosto 2015 Retignano è stato scelto come uno dei paesi ospitanti parte della mostra "I Colori per la pace", organizzata dall'omonima associazione al fine di promuovere la pace e la garanzia dei diritti civili alle popolazioni delle nazioni meno fortunate. La mostra consisteva nell'esposizione di oltre 400 disegni di bambini provenienti da Italia, Spagna, Colombia, Malawi, Armenia, Nuova Zelanda e Myanmar. I temi principali erano la pace e la libertà. Alla mostra ha partecipato anche l'ambasciatore dell'Armenia.[22]

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