La storia di una piazza

Le origini del nome ufficiale

La piazza centrale di Retignano, paesino delle Alpi Apuane versiliesi, al giorno d’oggi appare una piazza come tante altre. Il suo nome “storico” è Piazza della Signoria, nonché quello ufficialmente in uso. Tale piazza sorge alla confluenza di tre vie e conduce nel luogo, detto “Il Vicinato”, dove un tempo le principali attività retignanesi erano in fermento.

Il nome della piazza risale a poco dopo il Mille, quando il paese di Retignano, così come tutti gli altri della Versilia, era un comunello, un’entità geo-politica autonoma sottoposta alle dipendenze dapprima di Lucca e poi di Pisa, Genova e Firenze. Ogni comunello era dotato dei propri funzionari e “sindachelli”, in genere di famiglia nobiliare o comunque benestante. La sede del comunello si trovava in località “Corte”, oggi identificabile con il gruppo di case che, da un lato, si affaccia sulla Piazza di cui stiamo parlando.

“Piazza della Signoria” è un’espressione che, in origine, designava proprio la sede delle principali famiglie del paese. Insieme alla località “Caldaia”, adiacente al settecentesco Oratorio di Santa Maria Assunta in Cielo (affettuosamente chiamato “Chiesina”), questo posto costituì il primo, vero e proprio nucleo abitato di Retignano, come si legge in alcuni documenti del IX secolo d.C.

Il turbolento secolo scorso

Ma la storia di questa piazza non finisce qui e permea i secoli fino ai giorni nostri, arrivando fino al Novecento.

Come in gran parte dell’Italia, anche a Retignano l’adesione al fascismo era stata una scelta forzata, dettata dalla necessità di continuare a lavorare e dar da mangiare alla propria famiglia. All’epoca, infatti, senza la tessera del partito di Mussolini non si potevano svolgere incarichi pubblici ed era difficile ricevere generi alimentari. Coloro che si opponevano venivano spediti al confino, ovvero in luoghi desolati, lontani dal resto della civiltà, in modo che questi disertori si ritrovassero con le comunicazioni tagliate da ogni loro amico o parente. Un modo per metterli a tacere, insomma. A Retignano i fascisti, quelli che davvero credevano nel Duce, non erano poi così tanti quanti si potrebbe pensare e, tra di essi, quelli più indottrinati erano una frazione ancora più esigua.

Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale il segretario del fascio locale era un tale Eugenio Bazzichi. Proprietario di una bottega di paese, l’uomo credeva ciecamente nei dettami del fascismo e per un periodo aveva vissuto in Spagna, assieme alla famiglia, per seguire da vicino l’ascesa del dittatore Francisco Franco e per prendere parte a delle rappresaglie durante la guerra civile spagnola. Di rientro in Italia, intorno al 1944, Eugenio era sempre benvoluto tra i suoi compaesani, divisi tra i sostenitori del fascismo e coloro che, invece, tacevano di fronte alle ingiustizie pur di non subire delle ritorsioni. Nonostante il paese avesse imparato a convivere con forze armate nei dintorni e fanatici dotati di mitra sotto casa, a volte bastava davvero una piccola scintilla, un piccolo attrito tra due compaesani per generare uno scontro. Un episodio in particolare aggravò il clima di tensione che già si respirava a Retignano.

Un pomeriggio del 1944 Eugenio si recò a casa di un certo Turba, il quale era costretto a letto a causa di problemi di salute, probabilmente polmonite. Il Bazzichi voleva a tutti i costi portare fuori dall’abitazione l’uomo malato, un dissidente politico che i fascisti volevano punire. Si dice che la moglie dell’uomo abbia pregato i fascisti di lasciar stare il marito e che Eugenio le abbia risposto: “Se non passa dalla porta, passerà dalla finestra!”. Non è ben chiaro come si sia evoluta la vicenda, fatto sta che il signor Turba fu ucciso dal manipolo di fascisti che si era radunato a casa sua. I figli di quest’uomo, addolorati, organizzarono una vendetta chiedendo aiuto ad un gruppo di antifascisti e di partigiani (coloro che costituivano la Resistenza).

Nel cuore della notte di un giorno di maggio 1944, costoro si recarono a casa di Eugenio Bazzichi, nella piazza principale del paese. Alcuni si appostarono su un terrazzo di fronte all’abitazione del segretario del fascismo, mentre altri bussarono alla sua porta. La moglie e la figlia, intuendo quello che sarebbe accaduto, facilitarono la fuga di Eugenio dalla finestra, utilizzando dei lenzuoli come corda. Mentre Eugenio si calava giù dalla finestra, gli altri partigiani appostati fuori lo notarono e gli spararono, facendolo cadere giù da una piccola scala.

Tra i primi ad accorgersi dell’accaduto furono Antonia e Carlino, i quali allertarono gli uomini della Venerabile Misericordia di Retignano, Onelio e Narciso. Questi ultimi andarono presso la Chiesina, suonando le campane che i paesani riconoscevano come un segnale di allarme ed una chiamata a raccolta. Il suono delle campane aveva seminato il panico del paese, ma in seguito si rivelò fondamentale.

Il giorno successivo i capi del fascismo delle sezioni locali, accompagnati da altre squadre d’assalto, si recarono a Retignano per onorare la salma di Eugenio. Colsero l’occasione per verificare se la morte dell’uomo era da imputarsi ad una congiura ordita dai paesani per indebolire il fascismo. Ma la moglie di Eugenio, la signora Marietta, subito dichiarò quanto accaduto e si disse anche commossa che i paesani erano subito accorsi ed avevano partecipato al funerale. Questo rinnovato spirito di coesione convinse i fascisti a non indagare oltre, evitando loro di condurre delle rappresaglie a Retignano.

Il 12 agosto 1944 padre Marcello Verona (al secolo Carlo “Carlino” Verona), sacerdote dei Carmelitani Scalzi, classe 1919, era un retignanese che si trovava presso la parrocchia di Valdicastello, sopra Pietrasanta. Si era recato lì per visitare il padre, che riceveva cure mediche presso l’ospedale locale. A causa di un’incursione delle S.S. tedesche, che di lì a poche ore compirono la strage di Sant’Anna, il sacerdote, insieme a Don Libero Raglianti e Renzo Tognetti, fu rapito e condotto presso un “carcere” nei pressi di Massa. Dopo un mese di torture, il 10 settembre 1944 padre Marcello fu fucilato in una località detta “il Mirteto” (Massa).

Ma la guerra ancora non era finita. Nell’autunno dello stesso anno le truppe degli Alleati finalmente liberarono gran parte del comune di Stazzema e si stanziarono anche a Retignano. La piazza principale del paese era ora divenuta un luogo di incontro tra paesani, americani, brasiliani, polacchi, inglesi… tutti accomunati dal desiderio di porre fine ad un lungo e sanguinoso conflitto.

Negli anni che seguirono il conflitto, l’Italia desiderava solo rinascere, lasciandosi alle spalle le atrocità della guerra. In questo clima di ritrovato spirito nazionale, gli italiani cancellarono molte delle tracce del fascismo. Ad ogni modo a Retignano, un po’ per forza di abitudine, un po’ per mantenere vivo, anche se inconsapevolmente, il ricordo di quanto accaduto, si decise di non cambiare il nome delle strade. Tutt’oggi, infatti, possiamo leggere “Via Impero”, “Via XI Febbraio”, “Via 28 ottobre”, “Via Littoria” e così via.

Al termine della Prima Guerra Mondiale erano state scolpite due targhe in marmo per commemorare i retignanesi morti nel conflitto, specialmente perché non fu possibile rimpatriare le salme di molti di loro. Con la fine del secondo conflitto, invece, i paesani dibatterono a lungo sulla necessità di apporre una targa commemorativa anche per le vittime del secondo conflitto. C’era chi voleva aggiungere, nel bene e nel male, anche coloro che in vita avevano aderito al fascismo, e coloro che consideravano un affronto leggere tali nomi insieme a quelli delle vittime innocenti. Il battibecco, infine, portò alla comune decisione di non apporre alcuna targa. Soltanto nel 1992 Alfieri Tessa realizzò il Monumento ai Caduti di tutte le guerre, conciliando in una semplice opera il volere di tutti i paesani.

Negli anni Novanta, Amilcare Verona, retignanese appassionato di arte e storia, decise di intitolare la piazza principale del paese “Piazza Padre Marcello Verona”, per non lasciare che il ricordo di quell’uomo, vittima innocente dell’orrore nazi-fascista, svanisse.

La scelta di intitolare la piazza in questo modo fu ben accolta dai paesani, ma rimane tutt’oggi “non ufficiale” (in passato, infatti, alcuni fascisti e/o i loro familiari si erano opposti o comunque dimostrati contrari, in particolare anche alla luce della vicenda di Eugenio Bazzichi, per alcuni considerato “vittima” del conflitto e per tale motivo altrettanto “candidabile” come nominativo per la piazza).

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Scritto da Lorenzo Vannoni
23 anni. Studente di Chimica per l'Industria e l'Ambiente presso l'Università di Pisa.